Basilica di S. Angelo in Formis

Posta sotto il monte Tifata ed equidistante dalla longobarda Capua e dall’antica Capua, oggi Santa Maria Capua Vetere, si affaccia da una terrazza che domina la piana Campana e costituisce un autentico e sincero gioiello dell’arte romanica in Italia. Riportata su i documenti del X sec. come Sant’Angelo ad Arcum Dianae in seguito Ad Formas (nei pressi di un acquedotto) oggi In Formis, corruzione di nome o indicazione di informe (senza forme) alludendo alla spiritualità del luogo, la Basilica sorge su un antico tempio Italico, il cui perimetro trova corrispondenza con l’attuale pianta, dedicato a Diana Tifatina, protettrice dei boschi e della caccia e triplice dea. Il termine Tifata  indicherebbe la quercia, i cui boschi un tempo ricoprivano interamente la montagna. La prima fondazione di un impianto religioso sembra doversi attribuire ai Longobardi intorno al VI sec. d. C. Il culto Micaelico, ivi praticato, ne è una conferma in quanto tale popolazione scelse San Michele come loro protettore non a caso. Il santo guerriero, infatti, era tra le figure cristiane quella che meglio ricalcava le virtù e le caratteristiche del dio Odino, figura principale del culto delle popolazioni di origini germaniche. Intorno al IX sec. ad un gruppo di benedettini viene affidata la gestione del sito, nel 883 in seguito alla distruzione di Montecassino, ad opera dei i Saraceni, i monaci permarranno a Capua per oltre 100 anni. Il sito verrà concesso, da parte del normanno Riccardo conte di Aversa e principe di Capua, nel 1072 all’abate Desiderio, che ne disporrà l’assetto architettonico ed artistico che ancora oggi possiamo ammirare.

L’edificio a tre navate segue il modello architettonico italico composto da una grande cella in cui esisteva l’ara sacrificale e la statua della dea, con due spazi laterali alla cella, detta alae e tutto intorno un grande colonnato.
Il pavimento in parte è costituito da piccole tessere di mosaico prelevate dal tempio di Diana in parte in ciò che rimane dei mosaici precosmateschi benedettini.
Ciò che sorprende è il ciclo di affreschi che rappresenta il nuovo ed il vecchio testamento su le pareti laterali, il Cristo Pantocrator nel catino absidale, gli evangelisti, lo stesso Desiderio raffigurato con in mano un modellino della basilica. Tali raffigurazioni costituiscono un chiaro esempi dell’influenza bizantina, rara testimonianza di arte parietale salvata nel tempo dagli stucchi settecenteschi che hanno irreparabilmente compromesso in altri contesti coevi in Campania l’arte sacra medioevale.

Bibliografia: Capua Architettura e ArteCatalogo delle opere vol. I – II, Pane G. – Filangieri A., 1990

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close