Palazzo Antignano

Uno dei maggiori edifici della Capua aragonese è il Palazzo Antignano. Eretto tra il 1450 ed il 1454 su suoli della proprietà della famiglia Antignano, di antica nobiltà locale, l’edificio è dal 1874 sede del Museo Campano. Esso è uno dei più estesi edifici civili di Capua, anche perché il fabbricato fu notevolmente accresciuto in seguito all’ampliamento realizzato da Francesco Antignano. A dispetto della scarsità di notizie disponibili sulla famiglia capuana, che resta poco documentata, essa ebbe maggiore prestigio negli anni del Regno di Alfonso D’Aragona (1442-1458), grazie al legame di parentela con Lucrezia D’Alfano, favorita dal re e divenuta arbitra di Alfonso. L’edificio, che Francesco Antignano fece ulteriormente configurare e ampliare, aggregandovi la vicina chiesa di S. Lorenzo ad Crucem, si presenta oggi ancora più esteso, per l’avvenuta annessione al Museo, nel 1940, dei locali dell’ex Monastero della Concezione. Il corpo originario del palazzo Antignano corrisponde alla facciata piana e semplicemente scandita dalle dieci grandi aperture rinascimentali del piano nobile con ornie rettangolari a fascia modanata e girata, e architrave a motivo di strigili rudentati e rosoni, priva cioè del consueto inquadramento dell’ordine architettonico, sulla perciò risalta il ricco portale mistilineo durazzesco catalano. L’intento dell’ignoto scultore fu quello di spezzare il consueto registro geometrico tipico dei portali ad arco depresso, determinando il rialzamento a onde successive della zona centrale dell’arco stesso, la cui cornice sembra così ripiegata e “fissata” alla parete dalle tre borchie marmoree che ospitano gli stemmi della famiglia d’Alagno e Antignano. È da osservare, inoltre, che il portale non svolge il suo disegno in senso strutturale, invece, alle spalle dell’ornamentazione in tufo pipernoide, che si sviluppa per la profondità di una trentina di centimetri, la struttura portante è quella di un arco a tre centri di tipo catalano. Il grande portale dà accesso ad un primo vasto cortile, dal quale una scala aperta a loggia raggiunge il piano superiore, cui si accede attraverso un secondo portale di analoga fattura, ma di disegno più semplice, ad arco policentrico cuspidato, con fascia a fogliami.

L’organizzazione dello spazio sembra confermare la datazione proposta per il portale, anteriore cioè al 1456, dal momento che la permanenza delle forme catalane sembra essere più strettamente legata ai primi anni del regno di Alfonso che a quello di Ferrante D’Aragona.
Il tipo del palazzo a due piani, oltre al piano terra (in cui il secondo piano è generalmente costituito da locali di deposito, sottotetto, o al massimo appartamenti per schiavitù) qui non viene adottato; gli si preferisce, invece, la realizzazione del solo piano nobile, oltre il piano terra, anch’esso a destinazione residenziale. Soluzione severa e a suo modo impegnativa, nel no rivelare all’esterno le pur necessarie funzioni di servizio della grande casa patrizia, cui si fa fronte con la creazione di un secondo cortile, con accesso carraio autonomo. Concezione questa che trova riscontro solo nelle grandi dimore della capitale, quali: il palazzo Como, il Gravina, Il palazzo di Orso Orsini a Nola. Tale scelta può servire a spiegare anche la necessità dell’ampliamento. Conservato nel suo originario impianto anche quando nel Settecento passò ai de Capua, duchi di S. Cipriano, che lo tennero fino alla vendita effettuata negli anni 1816-17 all’Intendente provinciale; occupato per un quarantennio gendarmeria borbonica e poi adibito a caserma dei Carabinieri, l’edificio fu destinato a museo il 7 marzo 1870. Dal 1872 al 1903 si susseguirono, con lentezza, i primi interventi di sistemazione, consolidamento e restauro. Soprattutto dopo il 1943, fu necessario provvedere ad una estesa ricostruzione del fabbricato, gravemente danneggiato dal bombardamento del 9 settembre. Tra il 1953 e il 1960 furono compiuti i maggiori lavori che si conclusero con la ricostruzione della volta di copertura co lo scalone loggiato e la sistemazione delle collezioni, nella maggior parte salvate dalla distruzione per opera della direzione e del personale del Museo. In seguito ai danni del terremoto dell’80 si è provveduto ad interventi di riparazione e rafforzamento statico.

Bibliografia: Capua Architettura e ArteCatalogo delle Opere vol. I – II, di G. Pane – A. Filangieri, 1990.

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